CAPITOLO 10 · 6 MIN DI LETTURA
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10. Il cervello che organizza un mondo

Una persona entra in una stanza poco illuminata e intravede una sagoma sullo schienale di una sedia. Per un istante può sembrare qualcuno; un passo in più rivela un cappotto. La correzione non riguarda soltanto una fotografia diventata più nitida. Cambia il modello della situazione: da presenza possibile a oggetto, da allerta a familiarità. Il mondo non è stato inventato, ma l’accesso al mondo ha richiesto interpretazione.

La TUCR considera il cervello parte di un’organizzazione corporea e ambientale che costruisce prospettive. Non una CPU separata, non un lettore infallibile di dati, non una radio della quale sia stato trovato il trasmettitore cosmico. L’espressione organizzatore locale indica che la forma dell’esperienza dipende da condizioni concrete, pur essendo interpretata ontologicamente come individuazione di CF.

Organizzare non significa rendere irrilevante il cervello

Postulare un fondamento universale non permette di ignorare la dipendenza della prospettiva dai processi locali. Memoria, accesso ai contenuti e capacità di esprimerli richiedono organizzazioni corporee. La teoria non può usare il postulato per dichiarare superficiale qualsiasi alterazione del cervello. Il danno a una funzione, il suo sviluppo o il suo cambiamento restano problemi reali da descrivere.

La differenza rispetto a un’interpretazione puramente emergentista riguarda il fondamento ontologico dell’esperienza, non la possibilità di fare a meno del cervello umano per spiegare l’esperienza umana. La TUCR sostiene che il cervello ne organizzi la forma individualizzata. Non possiede però una dimostrazione che questa lettura sia selezionata dai dati rispetto a ogni altra ontologia capace di descrivere le stesse dipendenze.

La metafora della lente rende il punto comprensibile, ma rischia di essere troppo comoda. Una lente può essere osservata insieme al paesaggio che rende visibile. Per CF non disponiamo di una misura analoga e indipendente. Se ogni risultato cerebrale venisse reinterpretato come «semplice modifica del filtro», l’ipotesi diventerebbe immune alla critica. Organizzatore deve essere il nome di un problema preciso, non una spiegazione buona per qualsiasi esito.

Contenuti disponibili e conoscenza di sé

Un contenuto può influenzare molte funzioni: decisione, linguaggio, memoria, controllo dell’azione. Un sistema può inoltre monitorare la propria elaborazione, riconoscendo incertezza o errore. Dehaene, Lau e Kouider hanno distinto queste dimensioni di disponibilità globale e automonitoraggio, chiarendo che la parola coscienza raccoglie problemi diversi. [12] La TUCR utilizza la distinzione senza assumere che essa dimostri il fondamento universale.

L’esempio del cappotto consente di seguirla. Una interpretazione iniziale diventa disponibile per orientare attenzione e comportamento. Poi la persona riconosce che la prima stima era incerta e la corregge. Il sistema non si limita ad avere una rappresentazione: può anche rappresentare qualcosa del modo in cui quella rappresentazione è stata prodotta.

La coscienza riflessiva comprende questa capacità, ma non deve essere confusa con ogni esperienza possibile. Una sensazione non deve necessariamente essere accompagnata da un discorso sulla sensazione. La TUCR distingue esperienza, accesso funzionale, metacognizione e narrazione autobiografica. Possono coesistere, ma non vanno fuse in una sola prestazione.

Il corpo non è una periferica

Il modello dell’ambiente è costruito da un sistema che ha bisogni, capacità e limiti corporei. Una scala non è soltanto una geometria da riconoscere: può essere percorribile, faticosa o pericolosa per quel corpo. Il significato operativo di un oggetto dipende anche da che cosa il sistema può fare in relazione a esso.

Questa osservazione è particolarmente importante per la TUCR. La prospettiva non è una coscienza astratta collocata casualmente dentro un involucro. È individualizzata attraverso un’organizzazione concreta. Una storia corporea e ambientale concorre a determinare ciò che diventa saliente, ciò che viene ricordato e quali azioni appaiono possibili.

Immaginiamo una persona che impara a usare uno strumento. All’inizio deve osservare ogni movimento; con l’esperienza, alcune correzioni diventano più rapide e coordinate. La rappresentazione delle proprie capacità cambia insieme alle relazioni con l’oggetto. Non serve invocare un trasferimento di coscienza nello strumento. Serve studiare come un sistema estenda il proprio controllo e aggiorni il proprio modello.

Cinque dimensioni senza una formula magica

La TUCR propone di analizzare l’organizzazione riflessiva attraverso cinque dimensioni: integrazione causale, differenziazione degli stati, disponibilità dei contenuti, continuità funzionale e modello di sé. Non vengono presentate come un elenco che risolva da solo il problema fenomenico. Servono a distinguere domande che una misura globale rischierebbe di nascondere.

L’integrazione riguarda la dipendenza del funzionamento dalle interazioni tra le parti. La differenziazione riguarda la varietà di stati pertinenti, non la semplice quantità di rumore. La disponibilità riguarda quali processi possano utilizzare un contenuto. La continuità riguarda il collegamento funzionale nel tempo. Il modello di sé riguarda ciò che il sistema rappresenta delle proprie condizioni e capacità.

La teoria dell’informazione integrata affronta il rapporto fra struttura causale e esperienza con un formalismo specifico. [13] La TUCR non ne importa automaticamente conclusioni e misure. Né usa un proprio indice come se fosse il Φ di IIT. L’accostamento indica un tema di confronto, non identità tra modelli.

L’indice di organizzazione riflessiva Ki, raccolto nell’appendice tecnica, combina ipoteticamente le cinque dimensioni. La media geometrica è una scelta progettuale da confrontare con alternative, non una legge scoperta. Un punteggio alto non dimostra CF; un punteggio basso non autorizza a negare ogni esperienza o a ridurre il valore della persona. Non è uno strumento clinico convalidato.

Figura 6. Organizzazione locale, contesto ed esperienza. Ki è un indice funzionale proposto, non una misura del fondamento.

Figura 6. Organizzazione locale, contesto ed esperienza. Ki è un indice funzionale proposto, non una misura del fondamento.

Il silenzio di una risposta non decide tutto

Una teoria della coscienza deve distinguere l’esperienza dalla possibilità di comunicarla. Una persona può avere difficoltà motorie, linguistiche o cognitive che rendono inadeguata una singola modalità di risposta. La ricerca sugli indici perturbativi, come il PCI introdotto da Casali e colleghi, cerca di studiare la complessità delle risposte cerebrali anche senza dipendere soltanto dalla comunicazione comportamentale. [14]

Il riferimento rende visibile un criterio, non fornisce alla TUCR un rivelatore del fondamento. Una misura ha un dominio, un procedimento e limiti. Non può essere trasferita indiscriminatamente a ogni essere umano o a ogni sistema artificiale. Soprattutto, non si può dedurre una gerarchia di dignità da una gerarchia di prestazioni.

È possibile che due sistemi abbiano comportamenti simili e organizzazioni differenti. È possibile anche che uno stesso sistema risponda diversamente in contesti differenti. Per questo il confronto richiede più di una domanda o di una fotografia del cervello. Il modello dell’individuazione deve diventare sufficientemente articolato da descrivere variazioni senza confonderle con la scomparsa del soggetto.

Un problema più concreto della parola matrice

Il postulato universale rende necessario chiedere che cosa delimiti una prospettiva. Non basta che una struttura contenga informazioni; bisogna comprendere come alcuni contenuti diventino accessibili insieme, come restino distinti da altri e come l’insieme acquisti continuità. I confini non devono essere soltanto geometrici: possono riguardare dinamica, accesso e capacità di coordinamento.

La scena del cappotto è piccola, ma contiene queste domande. Ci sono segnali, attese, correzioni, un corpo che si muove e un mondo che non accetta tutte le interpretazioni. Una prospettiva non è una finestra perfetta; è un modo organizzato di incontrare vincoli, correggere errori e dare significato. Nella TUCR, tale modo viene pensato come una individuazione della dimensione coscienziale fondamentale.

La memoria partecipa a questa organizzazione, ma non coincide con tutto ciò che essa rende possibile. Possiamo dimenticare una informazione e vivere un’emozione; possiamo conservare dati senza rivivere l’evento. Per comprendere la vulnerabilità della persona dobbiamo ora separare con attenzione il ricordo, la prospettiva e l’identità.

Testo integrale del volume. L’impaginazione web aggiunge strumenti di navigazione e lettura, senza riscrivere il testo. Le immagini sono quelle del documento originale.

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