19. Mettere la teoria alla prova
Un progettista mostra due modelli dello stesso ponte. Entrambi sopportano il carico previsto, entrambi restituiscono numeri plausibili. Uno usa più parametri, l’altro ne usa meno. Quale scegliere? Non basta preferire l’immagine più elegante. Occorre sapere quali ipotesi sono state introdotte, dove i risultati divergono e quale confronto possa mettere in difficoltà ciascun modello.
Lo stesso criterio deve valere per una teoria della realtà. La TUCR offre un’architettura, ma non può essere protetta dalla critica perché mette in relazione molti argomenti. Più ampio è il suo campo, maggiore è il dovere di distinguere che cosa viene effettivamente spiegato da ciò che viene soltanto raccolto sotto un lessico comune.
Una lettura filosofica può aiutare a formulare domande nuove. Una teoria scientifica deve inoltre costruire modelli abbastanza determinati da incontrare resistenza nei dati. Le due attività non sono nemiche; non sono neppure intercambiabili.
Tre domande, tre tipi di lavoro
La prima domanda riguarda la struttura fisica: quali stati, quali relazioni e quale dinamica producono le proprietà osservate? Il libro indica questa linea come TUCR-P. Non basta disegnare una rete: servono osservabili, simmetrie, regole di transizione e un rapporto quantitativo con la fisica che si vuole descrivere. Un insieme di nodi può essere un oggetto matematico interessante senza rappresentare uno spazio-tempo.
La seconda domanda riguarda l’individuazione funzionale: quali organizzazioni consentono registrazione, integrazione, memoria, modelli del mondo e capacità di correggere i modelli stessi? È la linea TUCR-CI. Qui possono essere utili sistemi artificiali controllabili, compiti cognitivi e dati sulle dipendenze tra funzioni. Una dimostrazione su un automa non vale però automaticamente per un cervello; una prestazione cognitiva non risolve da sola la presenza dell’esperienza.
La terza domanda riguarda CF: perché attribuire alla realtà una dimensione coscienziale fondamentale, e come collegarla a prospettive distinte? È il piano ontologico. La teoria vi assume un impegno esplicito, che va discusso per coerenza, chiarezza e capacità di affrontare obiezioni. Per selezionarlo empiricamente occorrerebbe una legge di collegamento che produca conseguenze diverse da quelle delle alternative.
Questi tre ambiti non sono tre universi. Sono tre compiti. Una verifica favorevole nel primo non convalida automaticamente il terzo; una difficoltà filosofica del terzo non cancella una dimostrazione corretta sul primo. Separare i bersagli della critica impedisce tanto il rifiuto indiscriminato quanto l’approvazione indiscriminata.
Requisito, previsione e risultato
Recuperare una proprietà della fisica conosciuta è un requisito di compatibilità. Se un modello cosmologico non consente di ricostruire la propagazione e le simmetrie nel dominio che pretende di descrivere, incontra un problema. Ma il successo nel riprodurre un risultato già noto non costituisce, da solo, una previsione esclusiva.
Una previsione selettiva richiede una situazione nella quale due modelli diano risposte differenti. La differenza dovrebbe essere espressa prima di osservare l’esito pertinente, con condizioni e margini di errore. Altrimenti il rischio è scegliere dopo l’esperimento la descrizione che assomiglia meglio a ciò che è accaduto.
Un risultato è ciò che il confronto restituisce: può essere favorevole, contrario o poco informativo. La terza possibilità merita attenzione. Un esperimento può non distinguere le alternative perché la precisione è insufficiente o perché le previsioni coincidono nel dominio esaminato. Non è corretto trasformare automaticamente questa indeterminatezza in conferma.
La TUCR dovrebbe quindi dichiarare, per ogni modello concreto, non soltanto che cosa si aspetta di vedere, ma anche che cosa smetterebbe di sostenere in caso di esito contrario. Il fallimento di una regola non esclude logicamente ogni possibile universo computazionale. Deve però costare qualcosa: quella regola va abbandonata o modificata con una giustificazione esplicita. Una famiglia di modelli che cambi senza limite per accomodare qualsiasi risultato perde selettività.
Una verifica circoscritta dell’autorappresentazione
Consideriamo un’ipotesi funzionale: in un ambiente variabile, un sistema che aggiorna una rappresentazione dei propri limiti potrebbe correggere alcune azioni meglio di un sistema che rappresenta soltanto l’ambiente. È una proposta da esaminare, non una conclusione già ottenuta dal libro.
Per provarla, i due sistemi dovrebbero disporre di risorse confrontabili e affrontare compiti definiti. Una differenza di prestazione non sarebbe interpretabile se uno avesse semplicemente più memoria, più dati o più tempo di calcolo. Occorrerebbero anche un controllo della complessità e una valutazione su situazioni non usate per costruire il modello.
La rappresentazione di sé dovrebbe inoltre fare un lavoro preciso. Un’etichetta «questo sono io» conservata in una variabile non basta. Se la stima delle proprie capacità cambia, dovrebbero cambiare le scelte in un modo pertinente al compito. Intervenire sul modello, mantenendo controllate altre condizioni, aiuterebbe a distinguere un elemento causalmente efficace da una descrizione accessoria.
Un eventuale vantaggio riguarderebbe quel sistema, quel compito e quelle condizioni. Non dimostrerebbe una coscienza universale e non stabilirebbe una soglia generale dell’esperienza. Potrebbe però precisare il ruolo dei modelli riflessivi, che è uno dei problemi concreti posti dalla TUCR.
Che cosa può dire un indice
L’indice Ki raccoglie cinque dimensioni proposte dell’organizzazione riflessiva. Prima di calcolarlo occorre decidere come stimare ogni componente, come normalizzarla e con quale affidabilità. Senza questi passaggi una formula apparentemente esatta può riunire quantità arbitrarie.
Anche la scelta della media geometrica va motivata. Penalizza fattori molto bassi, ma questo potrebbe essere opportuno per alcuni compiti e inadeguato per altri. Componenti correlate possono contare più volte una stessa proprietà; errori di misura possono produrre differenze illusorie. La validazione richiederebbe confronti con modelli più semplici e con altre combinazioni delle stesse variabili.
Un indice utile di organizzazione non diventa per questo una misura della dignità, della vita interiore o del fondamento. Nei capitoli clinici abbiamo visto perché sia pericoloso sostituire una persona con un punteggio. Lo stesso rigore vale nella ricerca: bisogna dimostrare quale costrutto viene misurato e quale inferenza non è autorizzata.
Il costo di un fondamento comune
La scelta di CF cerca di evitare che l’esperienza venga pensata come totalmente estranea alla realtà da cui dipende. Ma introduce un problema: come un fondamento comune assume molte prospettive? Quali confini contano? Perché alcune informazioni appartengono all’esperienza di una persona e non a quella di un’altra?
La parola «individuazione» raccoglie queste domande. Non può restare una risposta circolare: una prospettiva esiste perché il fondamento si individualizza, e sappiamo che si individualizza perché esiste una prospettiva. Per avanzare servono condizioni indipendentemente descrivibili e argomenti sul rapporto con l’esperienza.
Se una formulazione con CF e una senza CF assegnano le medesime probabilità a ogni osservazione considerata, quei dati non le discriminano. La sottodeterminazione non impedisce la discussione filosofica. Impedisce di presentare la scelta ontologica come risultato di quell’esperimento. Un autore può sostenere una posizione senza attribuirle una conferma che il metodo non produce.
La teoria deve inoltre evitare di trasformare le difficoltà in prove. Il fatto che un problema della coscienza sia aperto non dimostra CF. L’assenza di una spiegazione alternativa completa non rende automaticamente corretta la proposta preferita. Il confronto più serio mette le alternative nelle condizioni migliori, non nelle peggiori.
La ricerca come ospitalità per l’errore
Un programma credibile pubblica regole, dati pertinenti, limiti e risultati negativi. Non per diminuire il proprio valore, ma per permettere ad altri di ricostruire ciò che sostiene. L’errore trovato in anticipo è un contributo: impedisce che un’elegante interpretazione si fondi su una dipendenza inesistente.
La TUCR può essere feconda anche quando una parte non supera il confronto. Può produrre una distinzione utile tra memoria ed esperienza, un modello preciso di feedback o una domanda filosofica più chiara senza avere già derivato l’intera fisica. È importante valutare ogni risultato alla sua scala.
Il lettore non deve quindi scegliere soltanto tra credere e respingere. Può accettare alcune distinzioni, sospendere il giudizio sul fondamento e chiedere un modello migliore dell’individuazione. Questa libertà critica è parte del patto del libro. Una teoria diventa interessante non quando rende impossibile dissentire, ma quando rende il dissenso più preciso.