18. Una realtà simulabile non è una simulazione
Sul monitor piove. Le gocce investono un terreno ricostruito, riempiono un canale e allagano alcune strade. Il modello permette di confrontare progetti, capire dove l’acqua potrebbe accumularsi e scegliere un intervento. Poi lo schermo viene spento. La scrivania è asciutta.
La simulazione non è inutile perché non bagna il pavimento. È utile perché rappresenta alcune proprietà del processo senza doverlo riprodurre in tutte le sue conseguenze. L’errore sarebbe chiedere al suo successo una conclusione diversa: se la pioggia può essere calcolata, allora la pioggia reale deve essere un calcolo eseguito da qualcuno fuori dal mondo.
La TUCR incontra questa tentazione a ogni passo, perché contiene nel proprio nome la parola «computazionale». Conviene quindi fermarsi su tre affermazioni diverse. La prima dice che un processo può essere descritto mediante regole. La seconda dice che un sistema fisico realizza un insieme specificato di operazioni. La terza dice che il nostro universo è implementato in una realtà esterna. Ogni passaggio aggiunge un impegno; nessuno è garantito soltanto dal precedente.
Dove finisce l’analogia con il computer
In un computer ordinario distinguiamo un dispositivo, una descrizione del calcolo e persone che ne interpretano i risultati. Questa distinzione è preziosa per comprendere un oggetto progettato. Non è obbligatorio che la realtà fondamentale presenti la stessa separazione. La TUCR cerca una descrizione nella quale gli stati e le loro trasformazioni appartengano al medesimo processo, senza un esecutore collocato altrove.
Dire che il processo non ha bisogno di un esecutore esterno non significa aver spiegato perché esista. Significa evitare di scambiare lo spostamento della domanda per una risposta. Se immaginiamo un computer cosmico, possiamo ancora chiedere quali siano la sua materia, il suo tempo e le sue leggi. La metafora può aprire una possibilità; non elimina il problema del fondamento.
Anche la parola «regola» deve essere maneggiata con cura. Una regola fisica non richiede necessariamente qualcuno che la legga prima di ogni evento. Nella proposta TUCR essa indica una regolarità o una struttura di transizione da precisare. Il programma di ricerca deve mostrarne il contenuto, anziché attribuirle intenzioni umane.
La matematica non è necessariamente immobile
Un altro equivoco consiste nell’opporre una realtà dinamica a una struttura matematica come se la seconda non potesse contenere processi. Un’equazione può descrivere un cambiamento; una struttura può includere eventi e relazioni temporali. Il fatto che la scriviamo su un foglio fermo non rende immobile il fenomeno descritto.
L’ipotesi dell’universo matematico discussa da Tegmark affronta il rapporto fra struttura fisica, matematica e osservatori interni. È un interlocutore della TUCR, non una sua anticipazione completa né una teoria confutata dal semplice richiamo al divenire. [35] La differenza da discutere riguarda quali entità e relazioni vengono assunte come fondamentali e quale posto venga attribuito all’esperienza.
La TUCR assume una dimensione coscienziale del medesimo processo. Non ricava tale scelta dal fatto che la matematica funzioni. Il formalismo può rappresentare le dipendenze, ma deve essere accompagnato da un argomento sul significato ontologico che gli attribuiamo. Scrivere una lettera C in un’equazione non dimostra che l’esperienza sia stata spiegata.
Diramazioni, racconti e mondi
Una strada si divide in due. Il guidatore sceglie la sinistra. Nella propria mente conserva la rappresentazione dell’alternativa: sarebbe potuto andare a destra. La presenza di quell’alternativa nel modello non dimostra che esista un secondo guidatore in un secondo universo. Mostra una capacità controfattuale: rappresentare ciò che non è stato scelto.
Le questioni quantistiche sono più specifiche. La formulazione degli stati relativi di Everett sviluppa una descrizione delle correlazioni fra sistemi senza introdurre un osservatore esterno privilegiato. [36] Non è equivalente alla semplice lista delle opzioni che un individuo immagina. La TUCR non utilizza la parola «ricorsivo» per passare liberamente fra questi significati.
Un grafo può mostrare molte conseguenze dello stesso evento: una porta aperta lascia passare aria, luce e suono. Può invece rappresentare alternative incompatibili. Può ancora descrivere correlazioni in un modello quantistico. Una figura apparentemente simile nasconde quindi domande diverse. Il lettore deve sapere quale oggetto sta guardando prima di attribuirgli un’ontologia.
Questo vincolo vale anche per le storie temporali. Immaginare un altro ramo non crea un canale per raggiungerlo. Postulare CF non dimostra che una prospettiva possa trasferirsi in un’altra biografia. Un libro interessato alle possibilità non deve trattare ogni forma di possibilità come un accesso praticabile.
Un mondo comune non è una mente onnisciente
Talvolta l’ipotesi della simulazione sembra rassicurante perché suggerisce un centro che conosce il sistema intero. La TUCR non attribuisce al fondamento questo ruolo. L’immanenza non richiede una sala di controllo; la presenza coscienziale universale non implica un soggetto cosmico che abbia già letto tutte le pagine delle nostre vite.
Il vantaggio di questa scelta è che preserva il significato dei limiti locali. Una persona può ignorare, sbagliare e apprendere senza essere descritta come una finestra difettosa di un sapere completo. La sua prospettiva appartiene alla realtà, ma non ne possiede automaticamente tutte le informazioni.
Resta possibile discutere metafisicamente un supporto esterno. Quando però due descrizioni producono le stesse conseguenze osservabili e il presunto supporto non lascia differenze distinguibili, l’osservazione considerata non permette di scegliere. L’assenza di una scelta empirica non rende obbligatoria l’ipotesi più spettacolare.
Il temporale sul monitor ci riconduce così al criterio iniziale. Un modello deve essere valutato per ciò che rappresenta e permette di inferire. La TUCR non chiede di credere che il mondo sia uno schermo. Chiede se le sue relazioni possano essere descritte con sufficiente precisione e se il posto dell’esperienza possa essere pensato senza collocarlo fuori dalla realtà. Da qui inizia il compito più impegnativo: stabilire che cosa potrebbe farci preferire questa proposta alle alternative.