20. Conversazione con un interlocutore esigente
Immaginiamo di aver chiuso il manoscritto. Sul tavolo restano un foglio con alcuni simboli e una tazza ormai fredda. Una lettrice ha seguito il percorso, ma non vuole concedere alla teoria ciò che la teoria deve ancora argomentare. Le sue domande non rappresentano un esame ostile. Sono la condizione perché il discorso continui.
Il dialogo che segue è costruito a fini filosofici. Non documenta un confronto accademico realmente avvenuto e non attribuisce le obiezioni a una persona identificabile.
«Perché chiamarlo coscienza?»
«Se CF non pensa come noi, non ricorda una biografia e non prende decisioni, perché usare la parola coscienza? Non sarebbe più semplice parlare di una possibilità della coscienza?»
La domanda raggiunge il punto più impegnativo. La TUCR non vuole limitarsi a dire che il mondo può produrre esperienza: anche un emergentismo potrebbe dirlo. Assume che la dimensione esperienziale appartenga al fondamento della realtà, pur senza attribuirgli automaticamente la forma di un io umano. È dunque una tesi più forte di una generica possibilità e deve essere sostenuta come tale.
«Ma che cosa significa una dimensione esperienziale senza qualcuno che la viva?»
Il libro non possiede una descrizione completa capace di eliminare questa difficoltà. La proposta distingue il fondamento dalle modalità individuali, ma deve ancora precisare in quale senso il primo sia coscienziale senza essere un soggetto autobiografico. La distinzione impedisce un antropomorfismo; non garantisce che ogni problema sia risolto.
«Quindi il nome orienta una ricerca, non chiude l’argomento.»
Esattamente. La preferenza filosofica è che esperienza e struttura non siano due domini originariamente estranei. Il costo consiste nello spiegare l’individuazione senza usare il fondamento come una parola che vale per tutto.
«State screditando la spiegazione cerebrale?»
«Se il cervello cambia, cambiano memoria, percezione e comportamento. Non è questo il lavoro che una teoria della coscienza deve spiegare?»
Sì. La TUCR non può sottrarsi a quelle dipendenze. Dire che il cervello organizza la prospettiva significa assumere seriamente la sua organizzazione, non renderla secondaria. Il fondamento comune non decide perché una certa lesione, una certa dinamica o un certo contesto abbiano effetti particolari.
«La metafora della radio permetterebbe però di spiegare qualsiasi risultato: se il segnale scompare, è colpa del ricevitore.»
Ed è precisamente il rischio per cui il libro non adotta una ricezione radio letterale. Non è stato specificato un trasmettitore misurabile di CF. Se una spiegazione si adatta indistintamente a ogni risultato, non acquista sostegno da nessuno di essi. Le funzioni individuali richiedono modelli circostanziati e confrontabili, anche dentro una diversa ontologia.
«Dunque non potete usare una dipendenza cerebrale come prova della vostra matrice.»
No. La stessa dipendenza può essere compatibile con interpretazioni differenti. La TUCR deve argomentare il proprio postulato e cercare eventuali leggi di collegamento, non appropriarsi dei risultati delle neuroscienze come se lo dimostrassero.
«Che cosa aggiunge alla malattia?»
«Nel caso di Elena avete descritto memoria, contesto, previsione e relazioni. Questi concetti possono essere usati senza CF. Che cosa aggiunge davvero la TUCR?»
A livello funzionale propone una cornice che tiene insieme continuità del pattern, condizioni corporee, ambiente, modelli e retroazioni. Il suo valore dipende da quanto questa organizzazione aiuti a formulare domande migliori. Non rivendica di aver scoperto una causa dell’Alzheimer o una terapia.
Sul piano ontologico interpreta la prospettiva vulnerabile come manifestazione di un fondamento non ridotto alla sua biografia. Questa scelta può avere un significato filosofico, ma non è una spiegazione clinica supplementare. Non dice quali molecole siano alterate e non consente di dedurre l’efficacia di un intervento.
«E la dignità non potrebbe essere difesa anche senza quella metafisica?»
Certamente. La dignità non deve dipendere dall’adesione alla TUCR. Il libro può mostrare che la propria ontologia non autorizza a cancellare la persona quando una funzione declina; non può arrogarsi il monopolio del rispetto. Un principio etico richiede argomenti propri e deve valere anche per chi non condivide CF.
«Se è una sola realtà, perché due aspetti?»
«Non state nascondendo un dualismo dietro una parola più elegante?»
La distinzione degli aspetti non introduce, nella proposta, due sostanze che devono scambiarsi messaggi. Il processo vissuto e il processo descritto dall’esterno vengono riferiti alla medesima realtà. Ma il monismo non diventa vero soltanto perché lo si dichiara: deve chiarire come i due linguaggi si colleghino senza duplicare le cause.
«Quando una persona decide di aprire una porta, è CF che muove la mano oppure è il cervello?»
Nella TUCR non si sommano due comandi indipendenti. La decisione è un evento della configurazione individuale, con organizzazione fisica e dimensione vissuta. Attribuire il movimento a una volontà cosmica aggiunta contraddirebbe la lettura immanente adottata. Resta da spiegare meglio il rapporto tra descrizione fisica ed esperienza, ma non viene introdotto un secondo motore invisibile.
«La ricorsività non è soltanto una parola?»
«Una pentola si scalda, una persona apprende, una rete si riorganizza: li chiamate tutti ricorsivi. Che cosa resta di preciso?»
La precisione nasce dalla distinzione fra operazioni. Applicare ripetutamente una regola è iterazione. Usare un risultato per correggere un’azione è feedback. Includere aspetti di sé in un modello è autorappresentazione. Cercare dinamiche confrontabili attraverso scale è un problema di riduzione e corrispondenza. La lettura coscienziale dell’individuazione è ancora un altro piano.
«Quindi non basta riconoscere un cerchio in un diagramma.»
Non basta. Il diagramma deve indicare quali stati cambiano e come. Nel confronto multiscala bisogna specificare ciò che viene conservato, ciò che viene eliminato e l’errore ammesso. La parola comune può orientare il libro; non sostituisce questi lavori.
«Che cosa ritorna davvero?»
«Se non restano necessariamente i ricordi né lo stesso io, dire che la coscienza ritorna non rischia di promettere qualcosa e poi ritirarlo?»
Il rischio esiste quando la parola resta indefinita. Per questo il ritorno è qui cessazione dell’individuazione entro un fondamento che la comprendeva già. Non è presentato come sopravvivenza personale dimostrata. Il valore esistenziale che un lettore può attribuirgli non autorizza l’autore a trasformarlo in promessa.
«Non sarebbe più onesto dire che non sappiamo se la persona continui?»
È proprio ciò che va detto. La permanenza di CF è un postulato della teoria; la continuità della medesima persona è una questione ulteriore. Distinguerle non è un dettaglio: impedisce che un’affermazione sul fondamento venga scambiata per conoscenza del destino individuale.
«E il viaggio nel passato?»
«Avete un universo ricorsivo e un fondamento universale, ma il vostro ordine causale esclude i cicli temporali. Non è una contraddizione?»
No, perché ricorrere non significa ritornare allo stesso evento. Una seconda esecuzione di una regola può produrre uno stato simile in un tempo successivo. Un ordine stretto resta incompatibile con un evento causalmente anteriore a se stesso. Il capitolo sul viaggio distingue proprio la ricostruzione, la diversa durata e l’ipotesi di un percorso chiuso.
«Allora un viaggio nel passato non è una conseguenza della TUCR.»
Non del candidato aciclico presentato. Sarebbe necessario un modello aggiuntivo con assunzioni differenti. Il fatto che il libro discuta una possibilità non significa che l’abbia già derivata.
«Perché continuare?»
«Se ci sono tanti problemi aperti, perché non fermarsi alle teorie consolidate?»
Perché domande ontologiche e problemi di collegamento restano legittimi anche prima di una soluzione. Una proposta può essere utile se rende espliciti gli impegni, distingue gli equivoci e produce compiti di ricerca circoscritti. Non deve però chiedere che l’utilità filosofica venga scambiata per conferma fisica.
La lettrice raccoglie il foglio. Non è diventata obbligatoriamente una sostenitrice. Ora sa però dove rivolgere le proprie obiezioni: alla natura di CF, all’individuazione, alla dinamica e al rapporto tra modelli e dati. Il dialogo ha svolto il proprio compito. Non ha abolito il dubbio; gli ha dato una forma più esigente.